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Just a perfect day, Drink Sangria in the park, And then later, when it gets dark, We go home. Just a perfect day, Feed animals in the zoo Then later, a movie, too, And then home. I'm glad I spent it with you. Oh such a perfect day, You just keep me hanging on, You just keep me hanging on. Problems all left alone, Weekenders on our own. It's such fun. Just a perfect day, You made me forget myself. I thought I was someone else, Someone good. I'm glad I spent it with you. Oh such a perfect day, You just keep me hanging on, You just keep me hanging on. You're going to reap just what you sow, You're going to reap just what you sow, You're going to reap just what you sow...
Oh it's such a perfect day,
Just a perfect day,
Oh it's such a perfect day,
You're going to reap just what you sow,
Quando si pensa di superare l'inverno
e invece
si sta soltanto abbracciando un cadavere
ormai freddo.
Piccole molecole di spiritualità, i pensieri e le sensazioni si muovono accanto a noi sin dai primi istanti di vita. Ogni singolo moto d'anima, di nervosismo, ogni parola d'amore o di odio che esce dalle nostre labbra ci gira intorno. Nessuna azione può esistere senza una reazione uguale e contraria. Viviamo circondati da invisibili correnti, che interagiscono con quelle del nostro vicino, con quelle di amici e nemici. Ogni tanto si colorano, si ricoprono di odori, sapori e ricordi. Non sono necessariamente correlate agli impulsi sinaptici, ma da essi si lasciano stancamente guidrare. Talvolta si impoltriscono e restano con noi, senza proferire parola. Altre volta piano piano si mescolano ed interagiscono, parole dolciamare. Formano esseri viventi, o ancora gocce di mare azzurro ed invisibile. Non muoiono mai, tuttalpiù scivolano via quando si accorgono che stiamo invecchiando, per poi staccarsi da noi completamente nel momento in cui l'ultimo pugnetto di terra ci ricopre. Formano intere città: edifici immensi ed impalpabili si snodano nelle nostre metropoli oltre lo sguardo, e ci osservano simili a gargolle metafisiche. Una di esse, la Morte, fu la prima ad essere creata. Furono i nostri progenitori che desiderarono una fine piuttosto che un inizio infinito. Nessuna via è completa senza un punto di arrivo.
Ultima fermata Presso l'antico museo delle cere
scodinzolano piccoli incubi rosacei
assomigliano alla pelle scuoiata
vorrebbero riattaccarsi alla figura
ma nessuno rivive dopo la fine
del proprio organigramma.
Il loro creatore, piangendo,
esce allo scoperto.
Il sangue ormai secco ricopre
ogni centimetro del suo mostruoso corpo.
Il bastone, che dovrebbe aiutarlo
è una miracolosa arma.
Penetra i corpi come mascolina verga
ma senza dar loro piacere.
Le ossa non si spezzano,
la carne non si piaga.
Solo pura immaginazione.
L'interrogativo signore delle ombrose lande
del cervello segue ogni via seminascosta.
Sale sul tram che lo condurrà
all'ultima fermata conosciuta.
Il suo viaggio è silenzioso.
Nessuno lo nota,
tutti nascondono le proprie colpe.
Egli arriverà domani mattina,
o forse ieri sera.
Ed eccomi alla resa dei conti, alla battaglia finale che burattini combatteranno al mio posto lasciando il mio corpo fumante nella distesa di ghiacci che diverrà il mio cuore.
Antitesi cosmica, trappola cristallina e sopravvento del silenzio.
Il Limbo ha aperto le sue porte : sono sospeso per una brevissima eternità tra i due bastioni che nulla proteggono, con la finestra volteggiante che posso osservare. Si muove. I Dormienti attendono il mio risveglio e passaggio attraverso i sette portali della coscienza. Essi, privi di forma, mi spingono in direzioni tra loro contrarie, e io nulla posso per respingerli. Sanno dove colpire, il punto in cui né le mani né il pensiero possono agire. Da mesi, forse anni, forse da sempre non muovo muscoli; il pensiero stagna ove il corpo si ferma, pietrificato. Perdere ciò a cui si tiene è un'esperienza lenta, che deriva dal proprio subcosciente e che è tortura quando attraversa come una lama il cosciente. Presto o tardi uscirà, precipitato per un frammento di secondo all'Inferno e risalito fino a mé, portando sbuffi di fumo gelido e l'Oblio che forse desidero ma più di tutto temo.
Pavimento Scricchiolante
chiodi sempre tesi
verso i piedi nudi.
Eufemismo: termine che ci impone,
come buffa orologeria,
camminare a testa bassa per non vedere.
Inclino il capo al sole nascente che entra dalla finestra
le buone intenzioni se ne sono andate
al calar del sole.
I miei occhi sono ciechi,
o signora del piano di sotto.
Dammi soltanto due giorni e ti restituirò
ciò che mi avevi regalato.
Non accetto regali, soltanto prestiti.
Le mie scelte convergono verso un solo futuro:
che strano circolo questa vita
che il silenzio copre per secoli
come se fossimo immortali,
per poi alzare un lento cigolio
che si trasforma in fragore.
Il ponte sta crollando:
l'ho osservato per un tempo che non so definire,
aspettando che qualcuno venisse da me,
sorridendo, e giungesse dall'altra parte.
La patina che vedo si sta lentamente,
o forse in fretta,
sciogliendo. Eppure non ho coraggio di attraversare.
Cadrei, ne sono certo. Ma la strada è ancora lì.
Torno indietro, il piede si ferisce
contro gli stessi chiodi che volevo evitare.
Mi hanno consumato le carni
eppure non posso staccarmene.
Amico mio, scegliamo.
Dovunque andremo non saremo gli stessi.