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Piccole molecole di spiritualità, i pensieri e le sensazioni si muovono accanto a noi sin dai primi istanti di vita. Ogni singolo moto d'anima, di nervosismo, ogni parola d'amore o di odio che esce dalle nostre labbra ci gira intorno. Nessuna azione può esistere senza una reazione uguale e contraria. Viviamo circondati da invisibili correnti, che interagiscono con quelle del nostro vicino, con quelle di amici e nemici. Ogni tanto si colorano, si ricoprono di odori, sapori e ricordi. Non sono necessariamente correlate agli impulsi sinaptici, ma da essi si lasciano stancamente guidrare. Talvolta si impoltriscono e restano con noi, senza proferire parola. Altre volta piano piano si mescolano ed interagiscono, parole dolciamare. Formano esseri viventi, o ancora gocce di mare azzurro ed invisibile. Non muoiono mai, tuttalpiù scivolano via quando si accorgono che stiamo invecchiando, per poi staccarsi da noi completamente nel momento in cui l'ultimo pugnetto di terra ci ricopre. Formano intere città: edifici immensi ed impalpabili si snodano nelle nostre metropoli oltre lo sguardo, e ci osservano simili a gargolle metafisiche. Una di esse, la Morte, fu la prima ad essere creata. Furono i nostri progenitori che desiderarono una fine piuttosto che un inizio infinito. Nessuna via è completa senza un punto di arrivo.
E, leggeri, scivolavamo dalle nuvole, volando oltre i passi di DIo anche durante le tempeste. Ridevamo felici, ingenui come bambini anche se i millenni alle nostre spalle avrebbero indicato diversamente. Era limpida impressione: le cose stavano cambiando. Sempre più fisicamente ci accorgevamo che lui/lei con i suoi dolcissimi occhi, stava diventando un'ossessione. Questa parola neanche significava nulla, per noi tutti: non sapevamo neanche quanti fossimo, e ognuno era uguale agli occhi dell'arcobaleno, che ci divideva con i suoi colori e ci univa tutti in un amore infinito. Così, pesanti, un giorno precipitammo. Per l'uomo sarebbe stato il peccato, mentre per noi soltanto un'estrema agonia, mescolata al dolore come vino al fiele. L'amore incontrastato ci divise: non amavamo più le farfalle ed il sole luminoso, l'aria tersa ma soltanto i suoi occhi. E divenimmo uomini e donne, amanti del peccato, che cercavano soltanto di rivedere per un istante i suoi occhi. E li cercavano durante la vita, incessantemente. E quando li trovavano fingevano l'amore che soltanto a lui dovevamo.
Anelavamo soltanto stringerci in volo ed amare, tutti pieni d'amore universale, l'intera opera della creazione. Ma un giorno giunse lui, mascolino nella sua femminilità, il cui spirito mutò il nostro modo di vedere le cose.
Scendendo nei fiumi, i fulmini si abbattevano su di noi vitalizzandoci , pura energia. Le tempeste divenivano le nostre impressioni, mentre nella sera del mondo la quiete e la dolce falce di luna accompagnava il nostro fanciullesco sogno
Una vita in cui la redenzione era soltanto menzogna. Ma quando, osserviamo un tramonto, la luna, ed in poesia e musica siamo immersi, per un attimo dimentichiamo i suoi occhi, gli sconvolgenti specchi sull'anima di Lucifero.
Neverland Il signor Lumière si è svegliato, come ogni giorno, alle 6.02 perché ha verificato che questo orario gli consente di uscire di casa all'ora migliore, né troppo presto né troppo tardi; e, fatta colazione con la consueta fetta di pane imburrato (un giusto strato, non troppo sottile e non troppo spesso) e l'immancabile bicchiere di succo di pompelmo, esce di casa, con il perfetto completo perfettamente stirato. La sua cravatta non fa una piega, e si accosta perfettamente al colore della camicia e della giacca.
Attraversa la strada per recarsi alla fermata del bus, in modo da stare sul luogo alle 6.42 precise, prendendo l'84 che passerà immancabilmente alle 6.47.
Quei cinque minuti gli servono per osservare la facciata del palazzo e borbottare qualcosa quando la signora del quarto piano, terza finestra, alle 6.44 apre la persiana e stende il solito lenzuolo rosso e arancione.
Arriva davanti all'ufficio dell'Agenzia 49 alle 7.28. Alle 7.29 muove, con gesto identico agli altri giorni il braccio sinistro salutando la guardia, poi timbra il cartellino e si siede alla sua scrivania perfetta ed in ordine.
Compila matematicamente buste paga e pratiche fino alle 11.27, momento della pausa caffè.
Si avvicina, senza un secondo di ritardo alla macchina distributrice; inserisce le monete già contate ed estrae il bicchiere fumante dopo essersi sintonizzato sull'ipnotico rumore di tostaggio, frantumazione e filtraggio dei chicchi.
Il caffè ha le tre bollicine sulla schiuma alle quali lui è abituato. Lo porta alla scrivania e prende dalla tasca la scatolina contenente zollette che sua moglie gli ha preparato, alle 21.04 del giorno prima.
Una minuscola creatura, una formica, sta camminando in mezzo ai granitici edifici di zucchero, procacciandosi il cibo.
Monsieur Lumière è estremamente contrariato: osserva l'esserino muoversi, preparandosi a gettare il caffè. Ciò che lo disturba è soprattutto rompere il suo ritmo: non è affatto abituato a comportarsi diversamente dal solito. E poi ha già perso un minuto sulla scaletta per aggrottare la fronte e muovere il dito, spedendo altrove la formica. Altrove lontano dalla sua perfetta scrivania.
La formichina lo guarda, poi gli implora qualcosa, muovendo le zampine. Troppo poche: non dovrebbe averne sei? E poi, dove sono le antenne?
Lumière si avvicina con gli occhi al bordo della scatolina; il suo naso squadrato e triangolare, privo di imperfezioni, arriva a portata di quello che sembrava un insetto ed invece è un omino, con tanto di bombetta e bastone da passeggio, che saluta con la manina il gigante spaventato, pur fissato con orrore.
L'uomo getta via la scatoletta, destando la perplessità dei suoi colleghi abituati alla sua tranquillità, e si precipita fuori dalla stanza. Qui si tranquillizza, intravedendo il Signor Direttore girare l'angolo, ma spalanca i bulbi oculari quando si rende conto che costui, nel salutarlo con la solita educazione, gli sta porgendo tre mani destre.
L'impiegato, fingendo tranquillità, si è già diretto verso l'uscita. Qui spera in una rilassante boccata d'aria che gli viene negata quando può constatare che il cielo verdino è solcato da un panciuto drago viola.
Correndo e schivando automobili in corsa e sguardi stupiti dei passanti si avvicina al Café Leroux; gli inservienti con le loro antennine e le due bocche cercano di metterlo a suo agio, eppure lui non apprezza l'ordine perfetto delle loro giacche o la pulizia delle scarpe di questi indefessi lavoratori.
Ansimando e boccheggiando si sposta in direzione della biblioteca, la chiesa della Razionalità e dell'Ordine. Al suo posto, può accertarsene solo a pochi passi, trova un bellissimo e turistico Tempio di Gerusalemme con tanto di Cavaliere che ossequiosamente si inchina.
Il signor Lumière non ce la fa più: è paonazzo in volto, la testa gli gira ma ciò che più lo sconvolge è che non è riuscito a terminare le sue 28 pratiche giornaliere. Arrancando verso una sempre più improbabile salvezza trova un tizio che curiosamente gli assomiglia come una goccia d'acqua. Costui, non scomponendosi minimamente, gli spara in testa senza nemmeno bisogno di mirare.
"Come vorrei sognare, e vagabondare nell'infinito?"
Questo è stato l'ultimo pensiero dell'istinto. La sua ragione, invece, riprende a lavorare e termina, come ogni giorno fino all'età della pensione, il suo lavoro quotidiano.
La sua mogliettina lo attende a casa, con l'impeccabile Hors d'Oevre di carote e sedano.